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07 Agosto, 2021

Storie di mamme adottive: “Infine mamma!”

Due sorelline e il peso del rischio giuridico nel racconto adottivo della loro mamma
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Iter significa cammino, viaggio. Così la coppia che chiede l’adozione nazionale o internazionale s’incammina con alcune convinzioni, e lungo il proprio iter adottivo le variabili su cui interrogarsi si moltiplicano, scavano dentro l’animo, per svelare infine una mamma e un papà più consapevoli e capaci di misurarsi con scenari imprevedibili e vivificanti. 

Infine Mamma!

Sento le risa prima sussurrate poi sciolte e risuonanti: sono mia mamma e le nostre due figlie. Talvolta mi accade di stupirmi ancora davanti alla loro presenza. Credo che non farne l’abitudine sia l’occasione continua per me di essere presente a quello che sento, provo, faccio come donna, come mamma.
Sono la loro mamma e mio marito è il loro papà dopo due anni e più di cammino. Un rincorrersi di atti e recuperi burocratici capaci di farci sentire soli, spaesati, ignoranti, arrabbiati infine forti. Sì forti della nostra convinzione: essere padre e madre di chi il Signore vorrà donarci. Sulla nostra decisione hanno influito senza alcun dubbio alcune esperienze. Tra queste e più di tutte la frequentazione di una famiglia-comunità affidataria connotata da grande prodigalità ed apertura. Dopo allora pian piano i nostri confini mentali ed i nostri schemi culturali si sono spalancati.

Iter adottivo: adozione nazionale o internazionale?

Da sempre attratta dal continente africano (per via del mio sogno di gioventù di farvi la diplomatica), ultimamente affascinata dalle culture e popoli dell’Estremo Oriente; dall’altra mio marito, amante dei popoli dell’America Latina … Le nostre considerazioni ricordo con tenerezza, erano un argomento ricorrente durante il corso di preparazione alla ASL della nostra città. L’ansia poi di scegliere l’ente più giusto ci faceva anticipare quei contatti ed incontri che, usualmente, succedono e non precedono l’iter previsto per la presentazione della domanda di adozione. Confesso che il fatto che i nostri preparatori, psicologo ed assistente sociale ci avessero dissuaso fin dall’inizio dall’eventualità di una adozione nazionale , perché iter “molto più lungo ed incerto di una internazionale”, si era sommato al più imminente e minaccioso dei pensieri . Le coppie adottive e chi si trova nel percorso per diventarlo conosce bene a cosa alludo: la dichiarazione di idoneità. Ci dicevamo, complici di una ingenua tattica –di universitaria memoria- se ci presentiamo per l’adozione internazionale almeno l’ente ci riesaminerà e ci dichiarerà apertamente se siamo o meno idonei. Non è poco, anzi ve lo confesso è tutto. Anche quando diventi padre e madre, il paradosso dell’idoneità talvolta si ripresenta in modo tacito, ma non meno invasivo, da parte di chi ne ignora il significato reale ma si atteggia invece a giudicare dall’esterno. Rabbrividivo solo all’idea di concludere l’iter per la domanda e poi non aver responso, appunto perché non previsto.

Iter adottivo: l’età del figlio adottivo, sbarramento o apertura?

Non so ricordare attraverso le date, tra noi due mio marito ama i numeri, io prediligo gli eventi, tuttavia è certo che ai tempi dei colloqui singoli e di coppia precedenti la stesura della relazione destinata al tribunale dei minori, avevamo già affrontato il tema dell’età, superando lo sbarramento dell’età prescolare. Ho sempre ritenuto un punto rilevante riflettere bene sul rapporto di età tra noi ed il futuro figlio fin dai tempi in cui contavamo sulla nascita di figli biologici. I numerosi nipoti, il mio lavoro, le amicizie con le famiglie ci aveva in qualche modo portato a pensare che la soglia dei 3 anni sarebbe stata l’età perfetta , intesa come capacità di essere in grado di accoglierlo e comprenderlo. In realtà siamo andati ben oltre, frutto di esperienze con i bambini di una comunità familiare italiana e di un istituto straniero. E così pure ci siamo aperti più fiduciosi davanti alle difficoltà fisiche e psicologiche che i bambini talvolta portano nella loro storia di abbandono.

Iter adottivo: figlio unico o fratria?
A tal proposito ammetto senza indugio che la fiducia di mio marito nei miei confronti è stata grande ed ancora oggi sono certa della nostra buona scelta, la cui radice rimonta ai miei natali. Vengo, non l’ho ancora detto, da una famiglia di cui sono la sesta, voluta ed amata come i cinque maschi che mi hanno preceduta. Condividere, collaborare, aspettare e rinunciare sono stati tra gli insegnamenti appresi ed intrinsecamente presenti in me. Assommiamo il desiderio cullato da fidanzata di avere un parto gemellare e arriviamo alla scelta e poi decisione di renderci disponibili ad accogliere uno o più fratelli (fratria). Pronti anche all’eventualità del rischio giuridico, nonché ad aspetti di salute ed integrità fisica, insomma consci di tutto ciò, appena ricevuti e in religioso silenzio davanti al giudice, alla domanda: “Siete disponibili ad accogliere due minori, nascita nel 2003 e nel 2006?”, ricordo perfettamente che nel sentire Gianluca vicino come quando l’ho scelto come mio sposo, ho risposto come allora con slancio: “sì lo vogliamo!”. Resami subitaneamente conto di aver anticipato di qualche istante la risposta di Gianluca cercando il suo sguardo ho visto sulle sue labbra e poi udito un sonoro “Okey!”. Con le mani che si sfioravano per contenere l’entusiasmo e con gli occhi umidi, tanto che il giudice lo sentivo, ma lo vedevo con difficoltà, abbiamo sentito tutto il resto …

Conclusione dell’iter: adozione nazionale di due bambine straniere

Un’adozione nazionale dunque, meglio dire due sorelle nate in Italia, mai così lontano dai nostri pensieri, mai così vicino avremmo pensato di aprire la nostra casa e raddoppiare la famiglia. La loro situazione era infatti così insicura da aver accelerato tanti aspetti in virtù della loro incolumità. E dopo un mese dal nostro sì, erano nella loro cameretta. Tempi inusitati ci dicono ancora in molti e con ragione rispondiamo noi. Sbalzati dalla nostra vita di coppia, certi di aver davanti 3 anni di attesa e invece come un rombo di tuono la loro reale presenza è diventata la prima ed unica preoccupazione. Raccontare rende solo in parte l’ansia e la gioia intima dei nostri primi mesi insieme, in cui le uscite erano programmate, rare e certificate sui luoghi e sui possibili incontri: la casa sicura dei nonni, la nostra parrocchia, un parco super noto. Da una parte il loro cognome, per motivi di sicurezza, era già il nostro e questo ci sembrava un enorme passo in avanti –dato che di norma diviene tale dopo l’atto definitivo di adozione. Dall’altra il paradosso di vivere l’estasi dell’innamoramento delle nostre figlie con la paura di essere riconosciuti e data la loro extracomunitaria nazionalità l’individuazione era a dir poco evidente.

Che storia la nostra, a raccontarla sembra essere appartenuta ad altri; tanti eventi sono passati attraverso le nostre vite segnando il tempo dell’amore. Ora sto riponendo alcuni abiti ed avvicendando le stagioni: è primavera nel nostro giardino. Sorrido mentre prendo i due vestitini acquistati a Milano ormai quasi tre anni fa, prima del loro arrivo definitivo. A quell’epoca il mio lavoro mi portava spesso a fare viaggi, ma questa è un’altra storia … Sono entrambi raffinati con tinte tenui, gli unici. Infatti da allora i miei gusti in fatto di colori sono stati sconvolti dal colore scuro della loro pelle che si accende con l’arancio, il fucsia e il verde erba. Un’esplosione di colori carichi di vita per loro, per noi!

Mamma Maria Antonietta


Della stessa autrice leggi anche: Storie di mamme adottive: “I tre bottoni blu”

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