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16 Maggio, 2021

Scuola e adozione

Riflessioni sulla necessità da parte dei docenti di conoscere l'Adozione, soprattutto in presenza di un alunno figlio adottivo
Francesca Carioni
Mamma biologica, docente e referente per l’adozione

Conoscere l’adozione per superare gli stereotipi

Il Ministero dell’Istruzione nel 2014 ha riconosciuto formalmente l’importanza di una conoscenza adeguata dell’Adozione da parte soprattutto di quei docenti che hanno fra i loro alunni un figlio adottivo. Le linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati rappresentano un documento molto concreto, ricco di riferimenti pratici.

Le insegnanti non dovranno diventare esperte di adozione ma è fondamentale che laddove non vi siano sufficienti informazioni e conoscenze vi sia la disponibilità a mettersi in gioco, a confrontarsi con i genitori del bambino ed a partecipare ad eventuali iniziative formative su questa tematica.

I bambini trascorrono buona parte della loro giornata con gli insegnanti ed i compagni. Il ruolo dell’insegnante è sicuramente decisivo per un positivo incontro con il mondo della scuola.

Il docente rappresenta per l’alunno, in parte, “il volto” dell’istituto scolastico d’appartenenza e dell’istruzione in senso più ampio ed è quindi fondamentale che si instauri un rapporto sereno.

Nel caso dell’adozione internazionale, come già detto, la scuola rappresenta ancor più un ambiente importante per un buon inserimento nella società d’accoglienza.

Alcune criticità da non sottovalutare

Alcuni dei più frequenti atteggiamenti negativi assunti dagli insegnanti e derivanti da stereotipi e percezioni erronee dell’adozione sono:

  • Ritenere che il passato del bambino sia completamente superato con il suo ingresso nel nucleo familiare italiano.
  • Escluderlo da alcuni compiti o diversificare le richieste rivolte a lui/lei e ai compagni.
  • Vedere il figlio adottivo proveniente da un Paese estero come una sottocategoria dell’alunno immigrato.
  • Pregiudizi riguardanti l’origine etnica del bambino.
  • Rivolgersi in un modo differente rispetto al resto della classe ed avere basse aspettative.
  • Non dare spazio alla narrazione spontanea di momenti della sua esperienza di vita per paura di turbare i compagni.
  • Parlare dell’adozione come di un atto di beneficenza privata, di carità.
  • Giustificare l’adozione ipotizzando cause di natura socio-economica o morte di entrambi i genitori.

Alcune insegnanti possono erroneamente ritenere la vita nel Paese d’origine come qualcosa di passato, archiviato, e quindi non preoccuparsi di affrontare con sensibilità alcune tematiche che inevitabilmente fanno parte del normale percorso formativo; il più innocuo tema come, ad esempio, “La mia famiglia” potrebbe trasformarsi in un compito difficile e doloroso per un bambino che sta ancora elaborando la sua storia.

Escludere il minore straniero adottato da eventuali compiti assegnati invece ai compagni di classe significa veicolare un pericoloso messaggio di diversità: non è corretto, per esempio, svolgere con gli alunni un percorso di storia che vada a ricostruire le tappe fondamentali dei primi mesi di vita dei bambini (ecografia, primo dentino, primi passi etc.) in quanto ciò è, nella maggior parte dei casi, impossibile per il figlio adottivo. In una scuola sempre più multiculturale, dove convivono esperienze e percorsi di vita fra i più differenti è inoltre fortemente anacronistico oltre che sterile scegliere modalità, schede e questionari ingialliti riproposti sempre uguali a se stessi per generazioni e  generazioni scolastiche.

Il figlio adottivo è portatore di vissuti che lo differenziano profondamente dai compagni di classe ma è essenziale che l’insegnante impari a non guardare il bambino attraverso il filtro dell’adozione; eventuali pietismi o eccessivi atteggiamenti di sostegno potrebbero ledere l’autostima dell’alunno ed incrinare il suo rapporto con i compagni.

È fondamentale che gli insegnanti, per primi, si soffermino a riflettere sulla propria concezione dell’adozione e sappiano sviluppare un atteggiamento maggiormente critico nei confronti dei più diffusi luoghi comuni su questa tematica. I figli adottivi si trovano a vivere in una società nel quale è carente la cultura dell’adozione; è importante che la scuola, e quindi in primo luogo gli insegnanti, sappiano educarsi ed educare le nuove generazioni a leggere questa realtà andando al di là degli stereotipi e dei pregiudizi.

Imparare il linguaggio dell’adozione

La stessa parola “adozione” viene utilizzata impropriamente, nel linguaggio comune così come in alcuni libri di testo, per indicare le iniziative più varie: si propone di adottare un albero, un monumento, un cane e sarebbe opportuno chiedersi come si possa sentire un bambino adottato nel momento in cui si vede in qualche modo paragonato, ad esempio, ad un randagio del canile municipale. Non è corretto anche parlare di adozione a distanza in quanto in questo caso il minore non entra realmente a far parte della famiglia ma viene sostenuto economicamente e rimane a vivere nel suo Paese d’origine; l’adozione è invece un atto giuridico che rende figli a tutti gli effetti.

L’errore forse più comune è quello di utilizzare l’espressione “genitori veri” in quanto implicitamente si afferma così l’esistenza di una mamma ed un papà che rimangono in ogni caso finti, quelli adottivi; in realtà invece, dal punto di vista legale, affettivo, educativo e sociale è proprio la coppia adottiva ad incarnare il ruolo genitoriale.

Allo stesso modo non si dovrebbe in qualsiasi caso parlare dei genitori biologici come di mamma e papà naturali in quanto i nuclei familiari adottivi nascono a partire dal naturale desiderio di una coppia di crescere amorevolmente un figlio e dall’altrettanto naturale bisogno di un bambino di essere accolto e vivere in una famiglia.

Ai genitori adottivi, soprattutto se con un figlio di diversa etnia, spesso viene chiesto «Dove lo avete preso?»; questa tipologia d’espressione sottintende sostanzialmente un ruolo passivo del minore mentre, in realtà, il bambino non è rimasto in un istituto semplicemente in attesa che qualcosa avvenga ma è parte attiva nella costruzione del nuovo nucleo familiare, ha seguito un particolare percorso per arrivare all’incontro con i genitori ed è portatore di una personale storia di vita antecedente alla sua nascita adottiva.

Nella maggior parte dei casi l’utilizzo di termini poco opportuni è dettato dall’ignoranza o dalla superficialità piuttosto che dalla reale intenzione di dare una connotazione negativa.

È molto importante che gli adulti che accompagnano il percorso di crescita di questi bambini in qualche modo parlino “la stessa lingua” ed è per questo motivo che frequentemente nei percorsi di formazione proposti agli insegnanti viene dato spazio alla riflessione in merito al linguaggio utilizzato; ciò permette di creare le necessarie competenze per gestire nel migliore dei modi anche le eventuali delicate domande dei compagni di classe.


L’adozione rappresenta un argomento generalmente complesso in quanto la gioia data dall’incontro e dall’affetto della nuova famiglia non può cancellare completamente la ferita dell’abbandono e nel momento in cui se ne parla difficilmente è possibile e corretto ignorare ciò che ha rappresentato la quotidianità del minore nel periodo antecedente alla sua entrata in famiglia.
Nella scuola bisognerebbe saper parlare di tutto, anche dell’adozione, ma con rispetto e senza comunque far diventare il figlio adottivo, come nessun altro bambino, un caso. Françoise Dolto, psicanalista infantile francese, ha affermato il diritto del minore ad una parola veritiera anche quando si presenta un argomento particolarmente delicato; l’insegnante ha il dovere di aiutare gli alunni a trovare le parole per comunicare e per raccontare anche eventuali sofferenze e criticità.

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