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18 Aprile, 2021

Affidataria a vent’anni o poco più

Il racconto di un’esperienza di affidamento a tempo parziale, che consiste nell’accoglienza di un minore per alcune ore al giorno o alcuni giorni la settimana da parte di una famiglia o di un singolo, valutati idonei.
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I care

Non può che essere questa affermazione a dare parole alla mia esperienza di affido parziale, ha inizio tutto da qui, dal “mi sta a cuore, a me importa”. Parole semplici che colorano e danno la giusta importanza a ciò che mi ha portato ad essere un’affidataria.

Ero poco più che ventenne, ancora studentessa universitaria, quando per lavoro ho collaborato con l’ente gestore dei servizi sociali della mia città. Una giovane collega, vedendo la mia propensione all’interazione con i bambini e la mia voglia di “esserci” per loro, mi ha spiegato la possibilità dell’affido a tempo parziale e proposto di diventare affidataria di un minore da poco trasferitosi in Italia.

Chi è l’affidatario e chi sono stata io?

L’affido è dare e darsi una possibilità, offrire al minore un’esperienza di relazione con una nuova figura educativa, che diventa di riferimento, e dare supporto allo stesso nei momenti della vita quotidiana. Non mi dovevo sostituire ai genitori, l’assistente sociale mi ha spiegato le necessità e il sostegno di cui aveva bisogno il piccolo. Ognuno ha la sua storia, e pian piano bisogna costruire una propria “cassetta degli attrezzi” per affrontare la vita, stava lì il mio ruolo, aiutare A. essere “risorsa” per lui, nel creare la propria. Alla base dell’esigenza di affido parziale vi era uno svantaggio socio-culturale ed economico della famiglia di origine del piccolo, che doveva essere sostenuta e per questo motivo era stato elaborato il progetto da parte del Servizio Sociale.

Ho conosciuto A.  e compreso i suoi bisogni: esserci per lui nei pomeriggi in cui non era a scuola, esserci per incoraggiarlo a prendere un pallone da calcio e andare a giocare al parco, esserci per iscriverlo all’allenamento di basket e soprattutto fare il tifo per lui. A. viveva in una situazione familiare disagiata, da cui derivava una forte deprivazione di tutti gli aspetti di cura: come il riuscire a comunicare in modo consapevole con gli insegnanti e sostenere gli impegni scolastici; il semplice preparare la merenda per il giorno dopo e un bagno caldo alla sera non era cosa semplice. I bisogni emotivi di A. non trovavano modo di essere riconosciuti a causa di questo svantaggio sociale di partenza. Il rischio era l’emarginazione, che non  avesse le stesse opportunità di realizzazione dei suoi coetanei e il venire escluso da esperienze significative di condivisione anche di carattere ludico. Insieme abbiamo preparato il vetro di zucchero, i popcorn, tanti biscotti, etc. momenti che A. desiderava in famiglia, ma che non trovavano riconoscimento: semi che daranno i loro fiori, sono sicura, anche in altri campi della vita.

Credo che alla base della scelta del mio diventare affidataria, ci sia stato il senso di ingiustizia, avvertito nel percepire sentimenti come “frustrazione” e “sofferenza” da parte dei bambini, sentimenti negativi vissuti prematuramente a causa della situazione di svantaggio dalla quale provenivano. L’affido si è realizzato attraverso questa organizzazione: tre pomeriggi a settimana andavo a prendere A. a scuola, insieme chiacchieravamo delle ore appena terminate, lui felicissimo di sapere che lì per lui c’era costantemente una persona pronta ad accoglierlo ed interessata ad ascoltarlo. Leggevo il sentimento di vergogna nei suoi occhi quando l’astuccio e la cartella erano in disordine, che veniva poi sostituito dalla gioia quando, una volta riordinato tutto insieme, immaginava di mostrare il risultato alla classe. Pomeriggi passati a temperare matite spezzate, etichettare quaderni senza copertina e nome, con il tè caldo e buoni biscotti costituiscono momenti che custodisco tra i ricordi più preziosi nel mio cuore. A. ha scoperto che non era solo il bambino “disordinato”, “che dimenticava la merenda”, “aggressivo”, piano piano le abbiamo tolte queste etichette, ha avuto esperienza di essere molto altro.

Saper colmare, saper esserci, con piccoli gesti, questa è la rivoluzione che porta l’affido parziale, nella vita dei bambini. A. viveva in un piccolo appartamento, in estate la temperatura altissima lo portava a frequentare il cortile comune, dove passava molto tempo in solitudine o con ragazzi più grandi, esempio di comportamenti non adatti alla sua età, grazie all’affido sono stati eliminati questi fattori di rischio. Soprattutto A. ha avuto esperienza che c’era un adulto pronto ad aiutarlo quando nessuno sembrava capace di esserlo, dallo sporcarsi con la pittura all’andare dal dentista.

Chi accompagna il minore nel suo percorso di crescita attraverso l’affido non è mai solo, ogni scelta viene condivisa con figure professionali competenti, ogni emozione e difficoltà vissuta dall’affidatario può trovare un luogo dove essere riconosciuta e legittimata.  Viene inoltre riconosciuto un rimborso per le spese sostenute e una copertura assicurativa.

Ciò che resta

Ho costruito relazioni significative e arricchenti con tutte le persone che ho incontrato in questa esperienza, a cui sono grata. A. adesso è un ragazzo, mi commuove ricordarlo piccolo, mentre ormai è alto il doppio di me, continuiamo ad essere in contatto e condividere dei momenti insieme. I biscotti a Natale sono un’abitudine a cui non abbiamo intenzione di rinunciare.  Lui sa che io ci sono, c’è un filo che ci lega. Restano tante cose: l’accoglienza, il saper dare parole giuste alle emozioni e poterle farle vivere, l’esperienza dell’uguaglianza e del riscatto, toglierci di dosso le etichette.

Soprattutto abbiamo imparato che dalle matite spezzate si crea una polverina colorata bellissima.

Chiara Emanuela Casali

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Il mio percorso nell’affido

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