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11 Febbraio, 2021

Adottato a 17 anni

La storia di una coppia che si fa casa per un ragazzo grande che diverrà figlio
ItaliaAdozioni
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Non è necessario essere eroi per adottare un ragazzo grande. La conoscenza personale aiuta a non fare un salto nel buio. Un padre racconta la sua esperienza.

Signor Antonio, da dove parte e come si evolve la sua vita coniugale?

Sono del Sud ma, per motivi di studio, poco più che ventenne, mi sono trasferito a Milano. A 37 anni, in un viaggio di ritorno al mio paese natìo, ho conosciuto mia moglie. Da qui la decisione di tornare. Ci siamo sposati non più giovanissimi. Da subito non abbiamo pensato ai figli, perché nella nostra vita era entrata una bimba di sei anni che ospitavamo per tre mesi d’estate grazie ai viaggi della salute di Chernobyl. Questo incontro è durato per cinque anni, poi, per motivi di età, la bambina non ha più potuto raggiungerci. Oggi è una donna, sposata e con figli, con lei manteniamo un contatto anche se il tempo e la lontananza hanno un po’ allentato l’affetto profondo che nutrivamo per lei.

Com’è nato il desiderio di adottare?

Dopo qualche aborto spontaneo, abbiamo tentato la strada della fecondazione artificiale (allora si definiva così). La visita e l’atteggiamento del medico ci hanno lasciati un po’ perplessi. Perplessità confermata dal nostro medico, che ci ha messo di fronte alla complessità e incertezza di tutta la procedura che, nel caso di esito negativo, avrebbe reso vani i sacrifici fisici e morali che avrebbe dovuto affrontare mia moglie. Oggi le cose sono ovviamente cambiate grazie ai progressi nel frattempo raggiunti nel campo medico-scientifico. Di conseguenza abbiamo rivolto il pensiero verso l’adozione anche se la non più giovane età mi frenava nell’intraprendere questa strada. Mia moglie, però, non era di questo stesso avviso e un giorno, in un momento forse di malinconia, mi disse che si sentiva troppo sola e che con un figlio la sua vita da casalinga avrebbe avuto più senso. A quel punto ho deciso che, per amore della mia compagna, era arrivato il momento di pensare all’adozione. La spinta emotiva è partita dall’incontro casuale con un caro amico che, visibilmente felice, mi comunicò di essere appena tornato dalla Russia con tre bambini adottati e mi chiese di andare a trovarlo. Non passò molto e con mia moglie gli facemmo visita per conoscere questi bambini e fargli le nostre congratulazioni. Il più piccolo di loro, inspiegabilmente, mi aggredì alle spalle e mi trascinò nel salotto saltellando di gioia e chiedendomi di giocare con lui. Questa circostanza rafforzò, sia in me che in mia moglie, la decisione di diventare genitori adottivi.

Avevate già deciso per un bambino grande?

In verità, l’unica cosa chiara era che desideravamo un maschio, se possibile. Sull’età eravamo indirizzati verso un bimbo di sei/sette anni considerato che avevamo cinquant’anni. Nel nostro viaggio in Ucraina, però, abbiamo portato nel cuore un filmato che ci avevano mostrato al corso di preparazione dell’ente. Un ragazzino, intervistato di spalle, si lamentava che le coppie che andavano all’orfanatrofio sceglievano solo i bambini più piccoli. Ci lasciò una grande malinconia sentirlo parlare così. Ora eravamo in Ucraina, senza alcun bambino abbinato perché nella procedura del paese si sceglieva direttamente da una sorta di album fotografico. Molto triste per me, ma questa era la prassi. Il nostro referente era un giovane ragazzo di 17 anni, cresciuto nell’orfanatrofio a cui eravamo destinati. Parlava bene l’italiano e venne a vivere con noi per comodità, per aiutarci negli spostamenti. Lo abbiamo così conosciuto da vicino. Si mostrava gentile, educato e disponibile. Era anche un ragazzo molto intelligente. Dopo tre giorni, gli abbiamo chiesto se gli sarebbe piaciuto venire in Italia con noi. Col senno di poi, ci siamo chiesti se non fosse stato proprio l’ente ad azzardare questo incontro. Loro conoscevano bene il nostro desiderio di genitorialità e la nostra apertura. Fatalità ci hanno fatto accompagnare da un ragazzo orfano e adottabile. Ma sono sicuro che non c’è stato niente di imposto. Anzi, si sono mossi in maniera delicata, lasciando a noi tre la decisione.

Come ha reagito il ragazzo? E i vostri dubbi?

Secondo noi lui era ignaro dell’intento dell’ente, perché la nostra proposta l’ha colto di sorpresa. E infatti ci ha chiesto tempo. Non poteva darci una risposta repentina. Si parlava della sua vita. Doveva lasciare il suo paese, i suoi amici e gli unici legami che aveva. Certo non la sua famiglia. I nonni, dopo la morte dei suoi genitori, l’avevano lasciato solo quando era ancora molto piccolo. Da parte nostra c’erano molti dubbi sull’età. A 17 anni un ragazzo è già formato, non è che puoi cambiare dall’oggi al domani il suo modo di vivere. Così abbiamo rimandato il rientro in Italia di 15 giorni per darci un po’ di tempo per riflettere, tutti e tre. Lui si è consultato anche con i suoi amici e i professori che lo conoscevano meglio.

Come sono andate le cose una volta in Italia?

La cosa più difficile per mio figlio è stato il cambiamento radicale della sua vita. L’Ucraina è un paese bellissimo. Certo, non la temperatura, ben diversa da dove abitiamo noi sul mare in Italia. Viviamo in un paese del Sud di poche anime a confronto di Kiev, una città fantastica e popolosa. Non conosceva nessuno. I suoi amici lo chiamavano dall’Ucraina, ma non era come averli in presenza. Ci diceva che si sentiva in prigione. Per fortuna la gente del luogo è stata molto accogliente. Nel giro di poco tempo gli abbiamo presentato dei coetanei e anche con i compagni di scuola ha subito legato. Ci ha aiutato molto abitare in una zona di mare dove la vita all’aria aperta e il contatto con persone da fuori è la norma, essendo un paese turistico. Con la scuola, invece, le cose sono andate abbastanza bene da subito. Vi è stato un inghippo iniziale perché l’Ambasciata Italiana non ha voluto ratificare il suo percorso di studi in Ucraina, più corto di due anni rispetto a quello italiano. Ma, con l’aiuto del Preside, siamo riusciti ad inserirlo in terza liceo. Nel medesimo tempo studiava per gli esami integrativi di giugno con il supporto di insegnanti ad hoc per ogni materia. E’ sempre stato un ragazzo studioso. Ora è un ingegnere. Ha ricevuto parecchie proposte di lavoro dall’estero ma ha preferito rimanere in paese per stare vicino a noi.

E il rapporto in casa con lei e sua moglie?

Prima di ritornare in Italia abbiamo parlato col ragazzo del nostro ambiente familiare e delle nostre abitudini di vita, allo scopo di chiarire quali sarebbero stati il suo ruolo e le sue prospettive. Per i primi tempi le incomprensioni non sono ovviamente mancate; erano previste! Incomprensioni che probabilmente hanno generato nel ragazzo dei dubbi circa il nostro affetto nei suoi confronti.  Vi è poi stato un episodio che io definirei risolutivo: un giorno, dopo un battibecco, se ne è andato di casa lasciando un biglietto di addio: “Non avete capito niente di me! Non mi volete bene.” Anche in questo caso vi è stato il lieto fine dopo una corsa affannosa per riacchiapparlo e un abbraccio a sei braccia. Penso che non volesse andarsene davvero, piuttosto ha voluto metterci alla prova per saggiare il nostro affetto. A posteriori non posso dargli torto. Dopo quella volta i battibecchi ci sono stati sempre, come sta nell’ordine delle cose, ma i dubbi su una nostra presenza affettiva costante non sono più emersi ed il rapporto tra noi si è stabilizzato su una linea affettiva e di convivenza molto profonda e sincera. La sua integrazione nella nostra famiglia si può quindi definire perfetta.

Secondo lei, suo figlio è felice?

Credo di sì. Ora ha un lavoro stabile e, con la moglie, ha formato la famiglia che ha sempre desiderato.

Parla mai della sua terra, di ritornarci?

All’inizio gli mancavano tanto gli amici. Poi la richiesta di tornare si è diradata e ora non ne parla più. Noi non gli abbiamo mai negato il ritorno, all’inizio abbiamo solo cercato di ritardarlo per non creargli troppi contraccolpi interiori. Mio figlio l’ho sempre lasciato libero. La mia presenza è stata costante con funzione di guida. Le decisioni della sua vita le sta prendendo da solo, com’è giusto che sia. Come la scelta di vivere con la moglie vicino a noi è sua. Come dicevo, poteva andare all’estero, ma non ha voluto. Mi reputo un padre fortunato. A parte qualche bisticcio, non abbiamo avuto problemi particolari.

Che cosa le ha insegnato l’adozione?

L’adozione mi ha insegnato che, anche se la vita ci sembra avversa, c’è sempre un’alternativa dietro l’angolo che può cambiare il suo corso e che qualsiasi tunnel deve avere giocoforza l’uscita, dove si troverà sempre la luce del sole. Ne ho fatto una mia filosofia di vita.

Che cosa direbbe alle coppie che desiderano un bambino piccolo?

Dipende dall’età. Se la coppia è giovane, è naturale che aspiri ad un neonato o a un bimbo di pochi anni. Per gli altri inviterei a non guardare troppo l’età. In questo devo dire che l’ente che ci ha supportato, ci ha aiutato molto sia nella formazione sia nell’incontro con nostro figlio. Non mi fossilizzerei troppo sull’età anche perché, se questo può rendere più serena la decisione, in un bambino grande sono riconoscibili eventuali patologie che in un bambino piccolo non sempre puoi constatare. Almeno sai in parte quello che ti aspetta.

Cos’è l’adozione per lei?

Durante la nostra permanenza in Ucraina una coppia abbinata ad un bambino ha saputo della necessità di farlo operare al cuore. Non hanno esitato a lasciarlo. Questo ha maturato in me un’opposizione contro l’egoismo delle coppie. L’adozione è un atto d’amore nei confronti di un minore. Per me è a senso unico, specialmente all’inizio. I genitori danno amore al bambino. In seguito, forse, ci restituirà tutto l’amore e anche di più. Se ne abbiamo distribuito abbastanza, anche se questo non è automatico. Quello che voglio dire è che l’adozione è per il bambino, poi anche per soddisfare gli adulti.

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