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29 Gennaio, 2021

Storie di figli adottivi. Come ho ritrovato mio fratello

Tre bambini, tre fratelli, ma del più piccolo si perdono le tracce. Una delle sorelle lo cerca per tutta la vita.
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Burocrazia, segreti familiari e tabù, ci vorrà pazienza per colmare il tempo perduto, ma il desiderio di riallacciare un rapporto col fratello è molto più potente.

La separazione da mio fratello

Sono stata adottata grandicella, insieme a mia sorella; mio fratello è stato separato da noi lo stesso giorno che mia madre ci ha abbandonato in istituto, perché per la madre superiora era troppo piccolo per stare con noi. Non mi sono, però, mai dimenticata di mio fratello; ne parlavo spesso con la suora che si occupava di me.

Rimasi in istituto per tre anni e durante quel periodo chiedevo spesso di mio fratello, ma la suora non aveva risposte. Ero una bambina triste e silenziosa, ma quando la suora mi raccontava di mio fratello, ero felice. Era un bimbo che aveva un angioma sul pancino e, con il suo nome, era l’unica notizia che avevo per fare delle ricerche.

Ogni giorno pensavo che mamma mi venisse a prendere, ma il desiderio non si esaudiva. Ero triste, arrabbiata da aggrapparmi a mia sorella come una ventosa. Stavo anche attaccata alla suora che per me era un ottimo punto di riferimento; per lo meno lei non se ne andava come gli operatori dell’istituto, ma si prendeva cura di me con pazienza e amore. Non parlavo del mio passato. Ero una bambina che non giocava con gli altri bambini, stavo sempre con mia sorella o con la suora.

La richiesta al Tribunale dei Minori

Diventata adulta non persi mai i contatti con la suora che mi aveva accudito nella mia infanzia; ci sentivamo spesso e appoggiava il mio desiderio di trovare mio fratello. Un’altra notizia che mi dette era la probabile data di nascita, poiché era stato separato da noi il giorno del suo compleanno, ma l’incertezza non mi aiutava a trovarlo. La mamma adottiva era gelosa da far diventare clandestine le nostre telefonate. Mi faceva piacere parlare con la mia suora del periodo vissuto prima dell’adozione; era l’unica persona che mi permetteva di mantenere questo collante narrativo con il mio passato. La chiamavo spesso, nel bene o nel male. A volte le dicevo di venirmi a prendere, perché desideravo vivere con lei, ma in teoria ero adulta e dovevo lasciar andare il mio passato per vivere.

Arrivò il giorno del ruolo per l’insegnamento nella scuola dell’infanzia e dovetti partire per la Toscana. Nel piccolo paese di montagna dove lavoravo, mi trovavo bene, ma avevo sempre il pensiero verso il mio fratellino. “Dove sarà?” “Sarà stato adottato?” “Avrà altri fratelli?” “Si ricorderà di me e mia sorella?” “Mi assomiglierà?” Scrissi anche una richiesta al Tribunale per i Minorenni consegnandola direttamente al Giudice, ma la risposta fu negativa.

L’appello su Facebook

Presa dallo sconforto scrissi più di un appello su Facebook senza sperare in una risposta positiva, giacché avevo poche informazioni su di lui.  Mi rispose un giorno la madrina di battesimo di mio fratello. Ero euforica: telefonai subito alla mia suorina.  Avevo voglia di essere abbracciata, ma ero a casa da sola.

Con la nuova informazione riscrissi l’appello su Facebook e mi rispose un addetto ai lavori di un format televisivo chiedendomi se volessi partecipare al loro programma per essere aiutata a trovare finalmente il mio fratellino. Dopo quindici giorni d’indecisione accettai l’invito.

Non potevo confidarmi con mia madre né con mia sorella, perché del passato non si poteva parlare; stavo male per questo, mi sentivo incompresa, ma mai in conflitto.

L’intervista in TV

Prima di entrare in studio superai la mia paura di parlarne con mia madre e per telefono le confidai, non senza difficoltà, che mi trovavo a Roma per fare l’appello per trovare mio fratello. La mia mamma, inaspettatamente, mi stava appoggiando e questo mi riempì il cuore di gioia. Entrata in studio non mi riconoscevo: ero stata truccata e mi ero vestita elegante, non era il mio stile, ma per mio fratello questo e altro.

Mio fratello non aveva nessuna colpa della separazione da me, quindi il mio amore per lui era puro e incondizionato; avevo anche perdonato mia madre biologica tanto da andare fuori Italia per incontrarla. Parlai con serenità e naturalezza; ancor oggi ricordo l’intervista.

Una telefonata indimenticabile

Dopo due giorni, di sera, stavo stilando la tesi sull’importanza della narrazione per una persona adottata. Mi telefonò una mia amica dicendomi che un ragazzo le aveva inviato la sua carta d’identità su Messenger, che si definiva mio fratello e chiedeva se potesse dargli il mio numero di telefono. Ebbi il tempo di vedere la sua foto sul mio Messenger, che mi telefonò. Ero felice. Non ci credevo che stessi parlando con la persona che ho sempre amato senza conoscerne il volto. Per l’immensa gioia non ricordo più di cosa parlammo: in testa mi frullavano mille domande, in cuor mio mille emozioni. Ricordo solo che parlammo sino a tardi e che lui non sapeva della nostra esistenza.

Ritornata a scuola, la mia vita privata mi dava la forza di aspettare di incontrarlo; dopo una settimana, le mie colleghe mi regalarono il viaggio per andare a conoscere il mio caro fratello.

L’incontro

Ci incontrammo in un bar. Io preferii essere vaga sulla mia vita, volevo proteggermi e salvaguardare la mia famiglia sull’adozione difficile che mi condizionava ancora in quel periodo. Quando mi chiese se volessi andare a casa sua per continuare a conoscerci, non esitai ad accettare l’invito. Parlammo sino a notte fonda. Conversammo serenamente. Lui era un uomo solare. Mi raccontò della sua vita lavorativa e, il caso volle, che lui, pochi anni prima, lavorasse dove io avevo accettato il ruolo. Abbiamo riso tanto.

La pazienza di aspettare i tempi dell’altro

All’indomani mi accompagnò alla stazione ed io ritornai alla mia vita con tanta gioia e voglia di sentirlo, ma lui non mi rispose al telefono per un lungo periodo.

Non accettavo il suo comportamento di chiusura, pretendevo che mi amasse come io l’avevo sempre amato. Ci vollero i miei amici per farmi comprendere che io avevo avuto tutta la vita per dargli spazio nella mia mente; invece, lui sapeva della nostra esistenza da poco e poi non era detto che mi avrebbe permesso di entrare a far parte della sua vita.

Ora sono quattro anni che ci conosciamo e sporadicamente ci sentiamo come se ci conoscessimo da sempre, solo che per cucire il nostro rapporto ci vorrà più tempo. Con il programma televisivo entrai nella sua vita di getto come un’onda e con pazienza aspetto che si stabilisca un rapporto più stabile.

Come sono cambiata

Oggi sono un’educatrice che sa apprezzare la sua professione; non finisco mai di imparare ad imparare.

Sono una donna che ama scrivere fiabe e racconti e sto finendo di scrivere la mia autobiografia; non nascondo che sono fragile, ma sto imparando a convivere con i miei punti di vulnerabilità e cerco di concentrarmi sul mio lavoro, seppur entrando a casa soffro la solitudine.

Dopo anni di sofferenza sono riuscita ad avere un rapporto più stabile con i miei genitori e mia sorella. Sono riuscita a trovare il coraggio di farmi conoscere per quella che sono e di essere me stessa anche con loro, anche con le mie fragilità.

Paolina Romano

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